I ragazzi della Conca, che non avevano quasi nulla, si accontentavano di molto poco, si divertivano con dei giochi fatti in casa, che non costavano nulla, e si arrangiavano in tutte le maniere.

 bandiera

Un gioco molto praticato all’interno del Patronato Maria Ausiliatrice, perché i ragazzi dovevano essere un po’ organizzati, era bandiera: formavano due file a circa 20 metri una dall’altra ed un ragazzo restava fermo al centro fra i due gruppi con la bandiera (di solito era un fazzoletto) in mano e poi chiamava a voce alta un numero a caso. I ragazzi corrispondenti dei due gruppi dovevano partire di corsa, prendere la bandiera e poi ognuno doveva ritornare nella propria fila senza essere toccato dall’avversario che lo rincorreva.

el canpanón

Era un gioco praticato quasi esclusivamente dalle ragazze. Per giocare bisognava avere a disposizione solo una modesta estensione di terreno su cui tracciare il percorso. Se il suolo era in terra battuta, esso poteva esservi inciso con un semplice bastoncino, sull’asfalto stradale lo si disegnava con il gesso.
Era composto da una decina di caselle quadrate, numerate progressivamente, che si susseguivano regolarmente in fila indiana salvo un paio di blocchi composti da due caselle affiancate.
Il giocatore lanciava nella prima casella una scàja (sassolino appiattito). La pietra doveva atterrare all’interno del quadrato senza toccare nessuna linea o rimbalzare fuori. Il giocatore saltellava, su un solo piede, di casella in casella. Soltanto i blocchi di due caselle affiancate consentivano l’appoggio contemporaneo di entrambi i piedi, permettendo di recuperare l’equilibrio.
Raggiunto lo scomparto finale (la base) ci si poteva fermare per poi voltarsi con un mezzo giro e rifare il percorso a ritroso sempre sull’appoggio di un singolo piede.
Giunto nel riquadro contenente la propria scàja il giocatore doveva raccoglierla senza perdere l’equilibrio e completare il percorso tornando al punto di partenza.
Se si pestava una linea o si perdeva l’equilibrio il turno passava al giocatore successivo.
Ognuno riprendeva il gioco dal punto in cui l’aveva interrotto. Avanzando di una casella ad ogni giro, portato a termine correttamente, vinceva chi per primo gettava la sua scàja in tutte le caselle completando ogni volta il percorso.

el salto dea còrda
Un altro gioco molto praticato fra le ragazze era il salto della corda: non c’era cortile nel quale non fosse praticato. Si poteva effettuare in due modi.
Usando una fune abbastanza lunga, due ragazze, tenendo in mano le due estremità, la facevano ruotare. Le altre ragazze dovevano entrare sotto all’arco formato dalla fune e saltellare ad ogni passaggio che questa effettuava vicino al terreno e che girava sempre più velocemente.
Continuavano finché una giocatrice, saltando fuori tempo, bloccava la fune.
L’altro modo era di usare singolarmente una corda più corta e, tenendo in mano le due estremità, la si faceva ruotare sopra la propria testa molto velocemente, saltellando quando sfiorava la terra. Le più brave riuscivano a farlo saltando a piedi alternati.

le belle statuine
Era un gioco per bambini da fare in compagnia.
Un giovinetto si voltava verso il muro e contava a voce alta fino a 10 o 20.
L’arbitro dava il via e gli altri dovevano assumere la posizione che preferivano e rimanere immobili.
Il bambino voltato verso il muro, dopo aver chiesto se erano pronti, si girava verso gli altri e colui che non era perfettamente immobile oppure la più bella statuina veniva scambiata dall’arbitro e quindi doveva fare la conta.

i quattro cantoni
Era un gioco per ragazzini: solitamente veniva svolto all’interno oppure in un luogo dove si potevano definire le postazioni fisse.
Un giocatore stava in mezzo e gli altri nei quattro cantoni: egli doveva riuscire ad arrivare ad un angolo prima dell’avversario che si scambiava il cantone con l’amico vicino.

ossìti
Dopo aver disposto per terra cinque ossi di pesca, il primo concorrente ne prendeva uno in mano e poi, lanciandolo un po’ in aria, doveva raccoglierne un altro e così via fino al quinto senza farne cadere.

i pareciti
Con dei piccoli oggetti usati dalla mamma in cucina oppure rimediati da qualche parte e una cassetta da frutta che fungeva da tavolo, o appoggiando tutto direttamente per terra, le bambine giocavano a mama caʃeta.

la paeta
Un gioco molto in voga che si poteva giocare senza un numero fisso di giocatori: il gruppo di ragazzi si allargava, ne veniva sorteggiato uno che doveva rincorrere gli altri. Quando riusciva a toccare un avversario, questi dava il cambio al precedente.

el calcio
I primi palloni, dopo quelli fatti di stracci che per moltissimi anni sono stati usati anche dai ragazzi della Conca, erano di gomma molto dura. Non era facile per i ragazzi avere un pallone con cui giocare. Fino agli anni ’60, con lo scarso traffico di allora, era normale vedere gruppetti di ragazzi e giovani giocare a calcio in mezzo alle strade o nelle piccole piazze, magari con palloni mezzi rotti e sgonfi.
Uno dei luoghi dove i ragazzi erano soliti giocare era lo slargo davanti alla fabbrica di Facchinetti in via S. Rocco sul cui tetto spesso finiva il pallone di pezza: per fortuna c’era Alfredo Sudiero (Cavaléta) che, con molta agilità, in sata (spesso era scalzo) si arrampicava e saliva sopra al fabbricato a recuperarlo.
Era il campo da calcio di via S. Roco.
Bepi Brigati (spazin comunale), quando passava con il carro carico di immondizie destinate alla discarica e trainato dal cavallo di nome Roma, abitualmente si fermava in mezzo alla strada. Il cavallo sporcava con i suoi escrementi il campo da calcio con l’inevitabile disappunto dei ragazzi. Per loro fortuna Antonio Fanton, che abitava lì vicino, li raccoglieva per ingrassare l’orto.
I primi palloni in cuoio, molto pesanti e duri avevano una grossa fettuccia per chiudere l’apertura dove veniva introdotta la caramedaria. Se questa era stata fissata male, quando, giocando, veniva colpita di testa erano dolori. I palloni venivano usati solamente da giovani di una certa età, come pure le scarpe di cuoio con i tacchetti, mentre i ragazzi usavano scarpe di tela.
In Conca c’era la possibilità di giocare a calcio solo nel cortile del Patronato, il cui terreno era cosparso di sassi, aveva pochissima erba e i muri molto vicini alle porte. Fino agli anni ’50 era l’unica struttura del quartiere e per le partite ufficiali si usufruiva dello Stadio Comunale Miotto.
Dal 1961, con la costruzione del nuovo campo da calcio, anche in Conca ci fu un notevole sviluppo di questo sport.
Negli anni ’60 molti ragazzi si ritrovavano tutti i giorni nel cortile del ricreatorio e giocavano interminabili partitelle di calcio senza numero fisso di giocatori: questi entravano ed uscivano a seconda di quando arrivavano. Le porte da calcio erano state tolte e quindi era stata studiata una variante: con il pallone dovevano colpire i pali di sostegno, in cemento, dei tabelloni del campo da pallacanestro che fino a metà degli anni ’50 era in terra battuta ed in seguito asfaltato: quando qualcuno cadeva erano guai. Sul muro lì vicino c’era una fontanella per dissetarsi e per risciacquare le sbrojade (escoriazioni) ai gomiti ed alle ginocchia che erano all’ordine del giorno, come pure i calci alle caviglie.

el noare
Un grande divertimento per i ragazzi della Conca era andare, durante l’estate, in due o tre su una bicicletta (ce ne erano talmente poche!) a noare al Seciareto (nuotare), a Rozzampia.
La roggia Verlata (parte da Sarcedo da una derivazione del canale Mondini che a sua volta capta l’acqua del torrente Astico a Zugliano), la cui acqua veniva usata per l’irrigazione delle campagne, poco oltre la strada a sud dei Prà Novei dove attualmente c’è l’aeroporto, si allargava per la derivazione di un altro ramo e l’acqua era abbastanza profonda e più lenta.
Al Seciareto ed al Majo (a Ca’ Orecchiona) erano gli unici luoghi della zona dove si poteva immergersi, anche perché non esistevano le piscine. L’acqua era pulita, mentre quella della roggia di Thiene che passa per la Conca era molto sporca, perché riceveva i liquami dell’ospedale, della Scamosceria Astico, del Lanificio Ferrarin (spesso l’acqua si tingeva di rosso o di blu, a seconda dei colori che venivano usati quel giorno in tintoria), della Conceria Munarini e del macello comunale. In quegli anni non si parlava di inquinamento.

el sércio

Anche questo era un gioco fra i più poveri: i ragazzi dovevano far rotolare, correndo, un cerchio di ferro (solitamente era quello più grande preso da una stufa in disuso o una vecchia ruota di bicicletta) tenendolo in equilibrio con un bastoncino o un’asta di ferro.

el paeto

Un gioco molto in voga era el paeto. Usando un vecchio manico di scopa lungo circa quaranta centimetri, el paeto, si doveva prima alzare da terra el lipe, un pezzetto di legno lungo circa venti centimetri con le due estremità un po’ smussate, e poi batterlo al volo per lanciarlo il più lontano possibile.
Il ragazzo che tirava doveva urlare “zero bandon” e quello che riceveva rispondeva “vegna”: vinceva il giocatore che riusciva a prendere al volo el paeto.

Purtroppo molto spesso si colpivano altre persone o i vetri di qualche finestra perché i ragazzi giocavano spesso in strada.

la pòrcola
Si usavano due pezzi di legno a forma di racchetta da ping pong ed una pallina: un giocatore infilava la sua nel foro di un tombino lungo via Chilesotti, l’avversario tirava la pallina con la sua racchetta e doveva colpire quella dell’altro e così via.

el caretèlo
I ragazzi più ingegnosi riuscivano a costruirsi el caretèlo.

Usavano una tavola di circa un metro per cinquanta centimetri sotto la quale fissavano tre cuscinetti a sfera usati che si procuravano in qualche officina ed un rudimentale manubrio in legno. Poi, stendendosi sopra e spingendosi l’un l’altro o con i propri piedi, si divertivano sfrecciando per le quasi deserte strade della Conca, facendo un forte rumore.

el caro armato
Era un piccolo gioco costruito intagliando i bordi di un rochèlo (rocchetto del filo da cucito finito) ed un bastoncino al quale veniva attorcigliato un elastico dopo averlo fatto passare attraverso il foro: il rochèlo procedeva da solo a piccoli saltelli.

i còrvi

Dopo aver acquistato al caʃoteo dea Teresa in Piazzetta con 25 lire un foglio di carta leggera e colorata e due stecche di balsa finissime, i ragazzi si costruivano il còrvo.

Preparavano la colla in casa usando farina bianca ed acqua perché non avevano i soldi necessari per acquistarla fatta. Fra i ragazzi c’era molta competizione nello sbizzarrirsi all’abbellimento dell’aquilone aggiungendo delle lunghe code costruite nelle più disparate modalità.

Dopo aver legato al coloratissimo aquilone un rochèlo di filo preso in prestito dalla mamma, si divertivano a fargli fare spericolate evoluzioni.

Quando qualcuno faceva il còrvo un po’ più grande del solito gli altri esclamavano “varda che bea cornàcia che el ga fato.

Spesso alcuni giovani della Conca avevano un comportamento molto discutibile: andavano in via Rasa, lanciavano con la fionda un sasso al quale legavano un filo ed agganciavano gli aquiloni dei ragazzi che vivevano all’interno dell’Istituto Nordera, che erano molto bravi a costruirli e che li chiamavano le volande. Poi tiravano fino a terra il filo con il sasso, tagliavano il filo del còrvo e se lo portavano a casa.

 le cerbotane
Andando a rubarle all’interno dei cantieri, i ragazzi si procuravano pezzi di canalette che venivano usate per gli impianti elettrici: ne tagliavano un pezzo lungo circa sessanta centimetri e poi usando delle strisce di carta ritagliate dai giornali o dai vecchi quaderni di scuola, le arrotolavano formando un piccolo cono e ne leccavano un lembo per fissarlo, poi soffiando forte con la bocca all’interno della canaletta, scagliavano el piroloto lontano.
Si potevano usare anche le bacche nere di sanbugaro.
Spesso facevano anche le battaglie fra i vari gruppi: era molto pericoloso perché i piroloti potevano infilarsi negli occhi degli avversari.
I giovani più intraprendenti riuscivano a costruirsi le doppiette: univano due canalette bloccandole con delle mollette in legno che servivano per stendere la biancheria e con qualche elastico.

Negli anni ’60 erano molto in voga gli album delle figurine dei calciatori Panini che i ragazzi acquistavano dalla Teresa e dalla Nana. Dopo aver effettuato tutti gli scambi possibili con gli altri amici (go-go-go, manca), con quelle doppie si divertivano a giocare in vari modi.
marchi o coróne:
mettendoci un numero uguale di figurine, uno dei ragazzi le lanciava in aria e prima che cadessero l’altro chiamava “marchi”, termine con il quale si indicava il lato con l’effigie del giocatore. Quando erano sparse sul terreno, chi aveva lanciato si appropriava di tutte le figurine marchi e l’altro delle rimanenti coróne.
scàja:
le figurine venivano appoggiate a terra vicino ad un ostacolo e a turno i ragazzi lanciavano un pezzo di marmo o un sasso piatto o, quelli più intraprendenti, il coperchio delle valvole della rete idrica delle strade di cui si erano precedentemente appropriati. Vinceva chi si avvicinava di più o copriva le stampete. Si ricorda Alfredo Longo Gata che invece di usare le normali scàje usava un quarèlo (mattone) con il disappunto di tutti gli altri ragazzi: era grande e grosso, aveva molta forza, quindi riusciva, con poco sforzo, a lanciarlo, rompeva quelle degli altri e rovinava le figurine.
tajo:
lanciavano verso un muro le figurine: vinceva tutto chi riusciva a far fermare la propria appoggiata in taglio.

i querciti
Fino a qualche decina di anni fa tutte le bibite e le birre erano vendute quasi esclusivamente in bottigliette di vetro che avevano il tappo corona in metallo: i querciti. Molti ragazzi si divertivano a farne la raccolta e come per le figurine facevano degli scambi per possederne il più possibile uno diverso dall’altro. I tappi, con molta cura per non rovinare la stampa che avevano, venivano appiattiti con un martello e con quelli doppi giocavano con gli altri ragazzi: ne lanciavano in aria un certo numero a testa e vinceva tutto chi indovinava la quantità maggiore di marchi o coróne.
Un altro gioco consisteva nel tracciare sul terreno, con una scàja de quarèlo, una pista poi, con il dito medio, li facevano procedere.

le baléte e i sbòreti
Veniva scavata una piccola fossetta sul terreno e poi bisognava tirare, facendo leva con le dita, le baléte (palline colorate di terracotta) per farle cadere all’interno dell’incavo.
Oppure veniva costruita una pista di terra rialzando dei piccoli argini e si doveva far scorrere le palline al suo interno: vinceva chi arrivava primo al traguardo con meno colpi.
In seguito sono comparsi gli sbòreti che erano di vetro con i disegni all’interno.
Qualche anno dopo sono state immesse sul mercato le palline di plastica colorata da usare in spiaggia: erano un po’ più grandi delle altre ed erano stampigliate con le effigie di vari sportivi. I ragazzi, nelle varie corti, costruivano una “pista” e facevano le gare.

s-ciopascondare
All’imbrunire, perché era più facile mimetizzarsi, i ragazzi della Conca giocavano spesso a s-ciopascondare.
Decidevano il primo che doveva contare, appoggiato con il viso ad un muro o ad una colonna, fino a un determinato numero, mentre tutti gli altri si sparpagliavano e trovavano un luogo adatto a nascondersi.
Quando il primo aveva contato fino al numero prestabilito cominciava a cercare gli altri ragazzi.
Vinceva chi riusciva a raggiungere per primo il punto base e dire “un-due-trè.

slissigare
Fino a qualche decina di anni fa, quando ancora le stagioni erano ben definite, gli inverni solitamente erano più rigidi e nevicava di più, in Conca c’erano vari luoghi, uno all’inizio di via dei Quartieri (vi veniva buttata dell’acqua affinché si ghiacciasse) un altro alla curva in discesa vicino alla Ferracina in via Chilesotti, un altro ancora giù per la rivetta in via Rasa ed uno in piazza Martiri della Libertà, dietro il caʃoteo dea Teresa dove c’era una fontana pubblica (dalla quale lasciavano uscire l’acqua apposta), sui quali il ghiaccio rimaneva per molto tempo perché passavano pochi mezzi ed erano più all’ombra di altri: lì i ragazzi si divertivano a slissigare. Si lanciavano, in piedi, solitamente con delle povere scarpe, e scivolavano per lunghi tratti sul ghiaccio: i più piccoli davanti e i più grandi dietro perché riuscivano a spingere tutti. Per loro era un bellissimo gioco, visto che non si potevano permettere di andare a sciare in montagna, sport ancora quasi sconosciuto dalle nostre parti.

la bissa
Un gioco innocente, praticato dai bambini della povera Conca era la bissa: di solito giocavano in Piazzetta perché c’era più spazio, si prendevano per mano formando una lunga fila e cominciavano a tirare chi da una parte, chi dall’altra finché uno non lasciava la presa e la bissa si interrompeva.

i brombajóli
Nelle serate del mese di maggio fino a pochi anni addietro (ultimamente sono scomparsi quasi del tutto) svolazzavano moltissimi brombajóli (maggiolini). Spesso i ragazzi si divertivano a rincorrerli ed a catturarne una grande quantità, rinchiudendoli in un vasetto trasparente. Più tardi li lasciavano liberi. Quando prendevano quelli di colore verde, più grandi degli altri e che erano soliti poggiarsi sulle rose, legavano un filo ad una zampa e poi li facevano volare in tondo.

a farfale
Quasi sempre con mezzi di fortuna (una lunga asticella all’estremità della quale veniva fissato un cerchio in ferro con legato un pezzo di vecchie calze di nylon da donna a mo’ di sacco) ad alcuni appassionati ragazzi piaceva catturare le coloratissime farfalle (una volta ce n’erano tantissime).
Girovagando per i campi, rincorrevano i macaoni, i padairio, le celestine, le bianche e, con il rudimentale ciapafarfale, le catturavano.
Erano pochi i ragazzi, una volta a casa, ad avere la capacità di collezionarle.

la corsa
el giro dei lavatoi
Fin da prima della Guerra, quando non c’erano molti giochi con i quali divertirsi, i ragazzi della Conca si organizzavano per fare el giro dei lavatoi anche per misurare la resistenza l’un l’altro. Partivano in gruppo da piazza Martiri della Libertà, di corsa percorrevano le vie Corradini, Rasa (dove c’erano i lavatoi), De Marchi, De Muri, Chilesotti ed arrivavano nuovamente in Piazzetta.
el giro del Cul del Saco
Fino agli anni ’50 i ragazzi si divertivano a fare di corsa il giro delle vie S. Giovanni Bosco, S. Filippo Neri, Chilesotti. I più furbi a metà strada entravano in una corte e saltavano pericolosamente alcune reti divisorie degli orti e sbucavano nell’altra strada diminuendo in tal modo un bel pezzo di percorso.

le corte da balìn
Un passatempo molto diffuso in Conca fra gli uomini adulti, fino a qualche decina di anni fa, erano i giochi delle bocce e del cavabalìn. Attualmente vengono ancora praticati, ma in strutture idonee, coperte e riscaldate.
Fino agli anni ’50 in fondo alla corte dei Fiaschi confinante con l’Istituto Nordera, in via Chilesotti, c’era una corte da balìn di proprietà di Matio Sguai (Martini), un’altra era quella dietro all’osteria Do Rode in via De Marchi.
Altre corti da cavabalìn erano da Amo alle Quattro Strade, dal Bacan in via G. Marconi, al Bar California in via S. Filippo Neri, da Sveni in via Dell’Eva, fino agli anni ’60 una dietro al Patronato Maria Ausiliatrice e, nei primi anni ’70, per un breve periodo, una all’interno del cortile. Quella della sede degli Alpini in via S. Gaetano è l’unica ancora esistente.

le carte
Nei bar e nelle ostarìe molti uomini passavano interi pomeriggi a giocare a carte: in palio c’erano solo le consumazioni effettuate. Giocavano quasi esclusivamente a brìscola ciacolóna, scópa, tresètte. Qualcuno, a schèi (soldi), giocava a scala quaranta.

la mòra
Il gioco della mòra, che consisteva nell’indovinare molto velocemente la somma delle dita aperte in contemporanea con l’avversario, veniva abitualmente praticato da persone anziane, ma nella nostra zona non era molto in voga.